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LA STORIA
La storia dell’IKEBANA è strettamente connessa all’atavico
sentimento di venerazione che i Giapponesi hanno sempre
avuto per i sempreverdi e per ogni elemento della natura;
infatti sono sempre stati convinti che nelle montagne, nelle
rocce, nelle foreste, negli alberi soprattutto perenni,
risiedano gli dei e che la vitalità dei fiori e delle
piante riveli l’esistenza di un’anima.
In occidente questa concezione viene chiamata “animismo”,
ma per i Giapponesi l’animismo si spinge oltre poiché,
alla radice della miriade di manifestazioni della natura,
esiste un’unica, sacra e invisibile entità in grado
di dare la vita ad ogni essere umano attraverso un unico
principio universale. Le origini dell’IKEBANA risalgono
al VI° secolo d.C., cioè al periodo in cui il
Buddhismo, attraverso la Cina e la Corea, penetra nell’arcipelago
nipponico introducendo l’usanza delle offerte floreali votive
alla statua del Buddha. Queste antichissime composizioni,
dette “kuge”, erano molto semplici e spontanee.
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L’IKEBANA pervenne poi a una forma compositiva definita
durante il periodo Heian (VIII° - XII° secolo),
quando si giunse alla fusione delle due concezioni,
buddista e scintoista, ragion per cui il senso religioso
scintoista, indirizzato alla venerazione delle piante
sempreverdi si mescolò con il “kuge”, l’offerta
floreale fatta al Buddha. Fu in quel periodo che iniziò
a entrare come decorazione anche nel palazzo imperiale
e nelle dimore dei nobili e che furono scritte le
prime regole sull’arte dei fiori.
Era naturale che, con il tempo, l’IKEBANA si sarebbe
diffusa a tutti i ceti e sarebbe evoluta con il mutare
delle religioni e degli avvenimenti storici.
Lo straordinario amore dei Giapponesi per gli elementi
naturali avrebbe trasformato una semplice usanza in
una vera e propria arte, che si sarebbe divulgata
in tutto il mondo, sfidando i secoli.
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Nel IX° secolo, con il predominio della casta
militare, si diffuse in Giappone una semplice e rigorosa
forma di meditazione buddista, la pratica Zen, nella
quale non vi era spazio per le enormi statue del Buddha
con le relative composizioni (dette Rikka, alte a
volte fino a 6 metri), che ben si adattavano invece
alla vastità dei templi. Nella casa del samurai,
nel suo luogo di studio e di meditazione, dove egli
dipingeva, scriveva o amava dedicarsi all’arte floreale,
venne allora instaurato il “tokonoma”, una nicchia
solitamente lunga circa 180 cm. e larga 90, situata
nella parte più importante della stanza, dove
veniva deposto l’IKEBANA. Sulla parete del tokonoma
era appeso il “kakemono”, un rotolo di pergamena riproducente
un paesaggio o degli eleganti ideogrammi, che, sapientemente
tracciati da un esperto calligrafo, riproducevano
un proverbio o un’antica massima. Il kakemono veniva
cambiato con l’alternarsi delle stagioni e delle varie
festività. L’arte dell’IKEBANA ha sempre attribuito
una grande rilevanza alle stagioni e al loro profondo
significato. Pertanto la composizione floreale doveva
essere in armonia con il kakemono, con la stagione
in corso e con l’ambiente circostante.
Il tokonoma non era considerato soltanto il punto
più importante della stanza, ma anche il luogo
in cui avveniva spontaneamente come una comunione
tra le persone che vivevano all’interno di quell’ambiente
e le grandi forze della natura che si trovavano all’esterno.
Qui anche un singolo fiore serviva da simbolo della
verità universale e mezzo attraverso il quale
l’uomo riusciva a comunicare con la natura.
Estratti dal libro "Arte floreale
IKEBANA" di Evi Zamperini Pucci - Istituto Geografico
De Agostini
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…un viaggio interiore
tra fiori ed emozioni… |
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